Una nuova speranza per la cura dei tumori mammari più aggressivi nasce dalle ricerche di un gruppo di ricercatori dell’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) coordinati da Salvatore Pece, professore ordinario di Patologia generale all’Università Statale di Milano e Direttore del Laboratorio “Tumori Ormono-Dipendenti e Patobiologia delle Cellule Staminali” dello IEO. 

I risultati dello studio, sostenuto da Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro, sono stati recentemente pubblicati sulla rivista Nature Communications.

Cura tumori mammari aggressivi: lo studio italiano

Il gruppo di ricerca ha scoperto un inedito meccanismo molecolare, basato sull’azione della proteina CDK12, che, se attivato, altera il metabolismo delle cellule tumorali, favorisce la crescita incontrollata e la progressione verso la malattia metastatica. 

“Si tratta di una nuova strategia per combattere il cancro attaccandone il particolare metabolismo – ha spiegato Maria Grazia Filippone, ricercatrice sostenuta dalla Fondazione Umberto Veronesi – Si interferisce così con la capacità propria delle cellule tumorali a elevata espressione di CDK12 di utilizzare in modo esagerato il glucosio per alimentare la via metabolica del ciclo del folato. Questa a sua volta fornisce i costituenti necessari per la replicazione del DNA, sostenendo la replicazione cellulare e la diffusione metastatica”.

All’origine dell’intero processo c’è la proteina CDK12, che, se espressa in maniera esagerata – come avviene in oltre il 20% di tutti i tumori mammari umani – provoca la cascata di eventi che rendono il tumore aggressivo, resistente alle chemioterapie convenzionali e a rischio di metastasi. 

“La presenza di CDK12 a livelli elevati da un lato costituisce la forza motrice della malattia, ma dall’altro – ha sottolineato il Professor Salvatore Pece – diventa un biomarcatore tumorale e un punto di vulnerabilità. Grazie a tale biomarcatore è infatti possibile identificare i tumori da colpire con farmaci anti-metabolici, deprivando così le cellule tumorali dell’energia necessaria per la loro moltiplicazione e costringendole in sostanza a morire di fame”.

Prof. Salvatore Pece

I progressi della ricerca scientifica

“È noto da circa un secolo che le cellule tumorali presentano un metabolismo differente da quelle sane”, ha detto Salvatore Pece.

Tuttavia, l’entusiasmo per questi farmaci da parte degli oncologi è progressivamente diminuito per la mancanza di marcatori per identificare in modo preciso le pazienti in grado di beneficiare selettivamente ed efficacemente di queste terapie. 

“Nei nostri studi – ha spiegato Pece – abbiamo integrato i dati ottenuti in esperimenti con animali di laboratorio con le analisi retrospettive di diverse coorti cliniche di pazienti con tumore mammario. I risultati risolvono il problema poiché indicano chiaramente che elevati livelli di CDK12 costituiscono un biomarcatore utilizzabile per selezionare le pazienti da trattare con terapia anti-metabolica utilizzando un farmaco, il metotrexato, già disponibile nella clinica per la cura del tumore mammario”.

Dalla ricerca all’applicazione clinica

Il team dei ricercatori, coordinati da Salvatore Pece, è andato oltre la scoperta.

Gli scienziati hanno dimostrato, anche a livello clinico, che i tumori con elevati livelli di questa proteina sono particolarmente sensibili a terapie anti-metaboliche a base di metotrexato.

Questo straordinario risultato “rappresenta uno di quei rari momenti della ricerca in cui, dopo molti anni di studio, è possibile passare dalla ricerca di base all’applicazione concreta in ambito clinico”, ha sottolineato il Professor Pece.

Se i risultati degli studi clinici su pazienti con elevati livelli di CDK12 che non hanno risposto ad altri tipi di chemioterapie dovessero confermare quanto scoperto dalla ricerca italiana, sarà possibile fornire a tali pazienti una prospettiva terapeutica con protocolli che includano l’utilizzo di farmaci antimetabolici come il metotrexato. 

“Questo studio rappresenta per noi motivo di grande soddisfazione – ha concluso il Professor Salvatore Pece – non solo per la sua valenza scientifica ma anche per i risultati clinici. È infatti uno di quei rari momenti della ricerca in cui, dopo molti anni di studio, è possibile passare dalla ricerca di base all’applicazione concreta in ambito clinico. Abbiamo infatti a disposizione sia farmaci già immediatamente disponibili per la cura delle pazienti, sia un nuovo marcatore di aggressività tumorale e rischio metastatico che è, allo stesso tempo, un nuovo bersaglio di terapia mirata”.