Si torna a scuola…in presenza! 

L’emergenza sanitaria da pandemia Covid-19 ha fortemente impattato sulla vita di tutti portando ad un riadattamento del quotidiano. Una delle sfide affrontate nell’ultimo anno e mezzo da bambini, adolescenti e i loro genitori è stato quello di adattarsi alla didattica a distanza (Dad) che seppur da un lato ha offerto delle opportunità ai bambini e adolescenti, dall’altra ha creato dei disagi. 

La didattica a distanza, l’isolamento forzato e la mancanza di socialità sono fattori che hanno avuto degli effetti psicologici sui bambini e adolescenti che dopo un anno desiderano tornare a scuola. Secondo un’indagine condotta dal Consiglio Nazionale Ordine Psicologi (CNOP) per conto del MIUR (Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca) su bambini tra i 5 e i 13 anni e ragazzi tra i 14 e i 19 anni, emerge un aumento del 24% dei disagi e/o problemi psicologici manifestati con una variabilità di sintomi: ansia, calo del tono dell’umore fino al ‘ritiro’ e alla chiusura in sé, più frequenti tra le ragazze; rabbia, aggressività e opposizione, più tipica invece dei maschi.

È innegabile che in quest’ultimo anno il benessere psicologico dei bambini ne è uscito fortemente provato. La modalità e-learning non è stata accolta con lo stesso entusiasmo da tutti i bambini. Pur rappresentando una risorsa enorme, ha presentato e presenta molti limiti e non può e non deve sostituire l’insegnamento tradizionale”. 

Ha detto la dott.ssa Sabrina Suma, psicologa clinica a Dubai 

Sabrina Suma – psicologa

Qual è stato l’impatto dell’isolamento e della Dad sulla vita dei bambini?  

Purtroppo l’impatto è stato enorme. Una buona salute mentale non può prescindere da una corretta socialità e l’isolamento forzato e il distanziamento sociale, hanno messo a dura prova la pazienza di grandi e piccini. L’utilizzo esclusivo e comunque massiccio della modalità online, ha determinato un cambiamento radicale dell’ambiente di apprendimento, che è risultato più noioso e “asettico” sotto tutti i punti di vista. Spesso i bambini hanno reagito con irritabilità e difficoltà nell’attenzione, causando una forte preoccupazione in genitori ed insegnanti, e aumentando il rischio di vedere utilizzate diagnosi affrettate di ADHD, o disturbi dell’apprendimento, anche in quei casi in cui non era necessario.

Dal punto di vista dell’apprendimento?

La didattica a distanza si è rivelata utile durante la fase più critica, ma fallimentare se utilizzata per lunghi periodi. La scuola di presenza crea una sana routine fatta di orari, rispetto di norme e regole, complicità e relazioni sociali con compagni ed insegnanti.Tutto questo nella didattica a distanza è limitato. Privati di informazioni sensoriali ed emotive importanti, bambini e ragazzi si sono sentiti confusi, annoiati ed irritabili ed hanno reagito chiudendosi ancora di più in un mondo virtuale che non può essere più considerato una “safe zone”.

Anche gli insegnanti hanno sofferto molto della modalità online: l’efficacia della didattica in presenza è dovuta proprio alla componente relazionale e, nel mondo della didattica, la relazione tra studenti docenti e compagni di classe è fondamentale. Nelle relazioni online la componente non verbale ed emotiva è limitata e questo spiega perchè utilizzare esclusivamente questa modalità di apprendimento, specialmente in età evolutiva, è fortemente sconsigliato. Non vuole essere una visione romantica la mia, ma è una considerazione reale e scientifica: nell’esperienza dell’apprendimento sono direttamente coinvolti i neuroni specchio ed i cosiddetti neuroni GPS, importantissimi per sviluppare competenze empatiche e di sana imitazione e fondamentali nella memoria autobiografica, come ci ricorda Conney Horvath, neuroscienziato presso l’Università di Melbourne ed esperto in psicologia dell’educazione: niente può sostituire l’efficacia dell’apprendimento “face to face”.

Quali sono state le conseguenze psicologiche?

Sicuramente la situazione di confinamento ha determinato una condizione di notevole stress sui bambini e su tutto il sistema educativo. Le conseguenze psicologiche sono state importanti: durante la pandemia, la routine quotidiana di genitori, insegnanti ed alunni è stata sconvolta ed il tempo che i bambini hanno dovuto trascorrere davanti agli schermi collegati ad una rete è aumentato considerevolmente. Privati del contatto sociale e non potendo frequentare l’ambiente scolastico o quello sportivo, i bambini e gli adolescenti si sono rifugiati in un mondo virtuale e l’utilizzo dei social media e delle piattaforme messaggistiche, di solito fortemente sconsigliate nelle fasce d’età più tenere, sono state addirittura incoraggiate, divenendo nello stesso tempo la causa e l’antidoto all’isolamento.

Quali sono stati i disagi?

Il disagio immediato all’inizio si è espresso attraverso irrequietezza, senso di smarrimento, irritabilità e mancanza di concentrazione, ma, con il perpetuarsi dello stato di emergenza e di incertezza, la situazione si è complicata ulteriormente e gli effetti negativi purtroppo rischiano di diventare più importanti. Penso alle conseguenze, per esempio, che può avere la mancanza di un contatto adeguato o la deprivazione sensoriale nei più piccoli, oppure al senso di depersonalizzazione e inappropriatezza esperito dai preadolescenti, che costruiscono la propria identità basandosi quasi esclusivamente sul gruppo dei pari e poi ancora agli adolescenti che si ritirano socialmente in un mondo virtuale dal quale faticano ad uscire, i cosiddetti “Hikikomori”. A preoccupare, in realtà, adesso sono le conseguenze a lungo termine, ecco perchè è importante che la scuola riparta. Bisogna trovare delle soluzioni che consentano agli studenti di tutte le età di tornare a fare “esperienza” della didattica tradizionale in sicurezza.

Quando rivolgersi allo specialista?

I comportamenti che ci segnalano uno stato di disagio preoccupante e significativo sono sostanzialmente tutti quei comportamenti che ci fanno capire che il bambino o l’adolescente si è creato una bolla tossica ma rassicurante dentro la quale si nasconde e si protegge, come per esempio il ritiro dalla vita reale, l’eccessivo isolamento e l’utilizzo massiccio od esclusivo della tecnologia, la mancanza di comunicazione, l’apatia oppure l’eccessiva irritabilità, crisi prolungate e ingiustificate di pianto o rabbia. Normali invece sono tutte quelle situazioni in cui il bimbo risulta solamente un pò demotivato, triste o annoiato: si chiama “languishing” ed è un sentimento che conosciamo bene anche noi adulti; è tipico di questa crisi pandemica e consiste nel provare una sensazione di demotivazione, di confusione o di ottundimento emotivo di sottofondo di cui ci libereremo solo a crisi risolta.

Si torna tra i banchi di scuola. Cosa rappresenta per i bambini il ritorno alla “normalità” seppur nel rispetto delle regole di prevenzione?

Rappresenta un’opportunità meravigliosa ed indispensabile. Anche se fatico un pò a definirla un ritorno alla normalità; in realtà, specie in Italia, si ha l’impressione che le norme si inaspriscano sempre all’inizio e durante l’anno scolastico, per poi volatilizzarsi durante i mesi estivi. Per cui, paradossalmente, i bambini e gli adolescenti sono più liberi di incontrarsi e di vivere la socialità in libertà durante le rigeneranti frivole vacanze estive, rispetto a settembre, mese previsto per il rientro scolastico e caratterizzato da un progressivo e repentino rialzo dei casi.

Quali sono i suoi consigli per affrontare al meglio il rientro a scuola?

Movimento, routine e metacomunicazione. L’esercizio fisico è importante specialmente se in compagnia e all’aperto: il corpo si risveglia, si riducono i livelli di cortisolo e aumenta la produzione di endorfine; spesso dopo l’esercizio fisico ci sentiamo stanchi ma felici, e cosi è anche per bambini ed adolescenti. 

Mantenere una routine anche nei casi in cui le misure si inaspriscono e si passa alla DAD: non permettere che il bambino rimanga tutto il giorno in pigiama e mangiucchi tutti il giorno senza orari prestabiliti per i pasti o per andare a dormire e soprattutto “metacomunicare”.

Come ho ribadito più volte, a soffrirne di più da un punto di vista psicologico è stata la nostra intelligenza emotiva, è importante parlare con i bambini , non farli sentire soli, dare la possibilità di condividere ansie e preoccupazioni senza farsi tentare da giustificate ma forzate e sterili rassicurazioni e lasciare che i bambini abbiano la possibilità di incontrare in sicurezza dei coetanei, eventualmente in spazi aperti ed in piccoli gruppi, una sorta di “famiglia affidataria” come la chiama AlbertoPellai, basata più su rapporti di affinità che di consanguineità.

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here