L’immunoterapia ha rivoluzionato la cura di moltissimi tumori e la ricerca continua a fare passi avanti per trovare trattamenti sempre più efficaci. Di ricerca e delle nuove terapie immuno-oncologiche, ormai da diversi anni e con straordinari risultati, si occupa il Prof. Vincenzo Cerullo.

Prof. Vincenzo Cerullo

Italiano, nato a Napoli dove si è laureato in chimica e tecnologie farmaceutiche all’Università Federico II, dopo una esperienza a Houston negli Stati Uniti, ha scelto la Finlandia, dove insegna e guida brillantemente il laboratorio di Immuo-Viro-Terapia (IVTLabImmunoViroTherapyLab, un laboratorio internazionale e interdisciplinare che promuove la ricerca all’avanguardia nel campo dell’oncoimmunologia e dell’immunoterapia. Lo abbiamo intervistato, per farci raccontare la sua esperienza, i progetti più importanti e i traguardi raggiunti. 

Già da alcuni anni lei è presente nella top ten stilata da Expertscape ed è ritenuto tra gli scienziati più esperti nel campo della viroterapia oncolitica. Di che cosa si tratta?

Sono virus geneticamente modificati affinché possano infettare ed uccidere selettivamente le cellule tumorali.  In questo campo siamo stati pionieri a dimostrare che questi virus oncolitici Hanno almeno un doppio meccanismo di azione, infatti non sono solamente in grado di uccidere le cellule tumorali in maniera diretta, infettandole e uccidendole, ma riescono anche a manipolare il sistema immunitario in generale e a fare in modo che riesca a riconoscere il tumore e ucciderlo. 

Virus geneticamente modificati

Ci racconta qual è stato il percorso che lo ha portato fin qui? E perché ha scelto la Finlandia?

Sono nato a Napoli e mi sono laureato in CTF alla Federico II. Dopo la laurea volevo continuare con la ricerca quindi ho iniziato il dottorato in parte alla Federico II e parte a Houston, in Texas, come exchange student. Mi sono appassionato ai virus, in particolare all’adenovirus, che volevo utilizzare per curare malattie genetiche. Dopo un breve rientro a Napoli per discutere la mia tesi di dottorato, nel 2004 sono ritornato a Houston per un postdoc. Sono tornato a Houston dove ho passato sei anni circa cercando di utilizzare l’adenovirus come risorsa per la delivery di geni curativi per curare malattie genetiche, quindi una “gene therapy” classica, dove si cerca di reintrodurre il gene difettivo nel corpo umano utilizzando virus. Mi ero però accorto che l’adenovirus, forse, era troppo immunogenico per fare questo, era una piattaforma perfetta come vaccino ma non ottimale per la terapia genica classica. A un certo punto della mia carriera ho incontrato quella che poi è diventata mia moglie, eravamo insieme a Houston. Ci siamo sposati ed eravamo alla ricerca di un posto dove andare. Le opzioni erano tre: l’America, l’Italia o la Finlandia. Per motivi pratici abbiamo scelto la Finlandia, che resta una scelta vincente, perché io e mia moglie abbiamo la possibilità di lavorare bene e i bambini possono crescere in un ambiente sicuramente più salutare rispetto ad altri posti.

Lei dirige il laboratorio IVTLab con circa 20 ricercatori che arrivano da ogni parte del mondo e hanno conoscenze ed esperienza molto diverse tra loro: dalla medicina, informatica, biologia ed ingegneria. 

Siamo stati e siamo all’avanguardia su tutto. La metà dei componenti del team sono italiani, ci sono finlandesi, spagnoli e da tutto il resto del mondo. 

Cosa significa lavorare all’estero con un team multidisciplinare? 

Questo è uno dei modi più efficienti per lavorare. Al di là degli stereotipi, la creatività che spesso manca nella scienza, ma che dovrebbe essere la benzina della scienza, è frutto della multidisciplinarietà e del multiculturalismo, persone diverse che si incontrano e comunicano a mettere pezzi insieme. C’è da dire una cosa, ed è questa la grande differenza tra avere un team in America e uno in Europa, quando metti persone diverse a lavorare sugli stessi progetti lo puoi fare in due modi: mettendole in competizione o facendole sentire parte di un team, di una storia. Io ho scelto la seconda. Devi far vedere al tuo team che si sta lavorando per una cosa bellissima e comune, che lavoriamo insieme e non uno contro l’altro, che siamo insieme and non in competizione, che siamo parte di una stessa fantastica storia.

Team pre Covid-19

A cosa state lavorando adesso?

A moltissime cose. Ci occupiamo di cancer vaccine terapeutici, ma anche con il sogno di sviluppare vaccini profilattici, per fare in modo, un giorno che molte persone che hanno particolari predisposizioni non prendano il cancro. Abbiamo un’ottima piattaforma per vaccini contro il Covid 19 e molte altre patologie.

Avete studiato anche il nuovo coronavirus?

Sì. Una delle caratteristiche dove davvero siamo stati pionieri è stata quella di avere piattaforme per vaccini anticancro di altissima flessibilità e rapidità. Il cancro è una cosa che si evolve molto velocemente, e le nostre piattaforme sono super flessibili, plug and play le chiamiamo, dove puoi mixare cose e fare nuovi farmaci ad hoc per un particolare tumore. Questa flessibilità e rapidità non era mai stata pensata per malattie infettive; quando è arrivato il Covid ed è stato visto che queste emergenze di outbreak hanno bisogno di piattaforme flessibili e veloci, abbiamo adattato la nostra.

Dott. Manlio Fusciello – team IVTLab

L’importanza dell’immunoterapia per la cura dei tumori è un dato di fatto oramai da tempo. Ma cosa si intende per immunoterapia e oncoimmunologia?

L’immunoterapia è un modo per educare il sistema immunitario a combattere i tumori. Il nostro sistema immunitario è in grado di riconoscere i viruses molto efficientemente mentre al contrario fallisce nel riconoscere i tumori. Il nostro sistema immunitario non li vede, quindi non li combatte. La nostra soluzione a questo e stata prendere virus innocui e molto “visibili dal sistema immunitario” e  decorarli con “pezzi di tumore”, tumor antigens. Quando il virus entra, il sistema immunitario che normalmente non vede il tumore vede il virus e cerca di scatenargli contro una risposta immunitaria, ma poiché il virus è ‘travestito’ da tumore, la risposta lo colpisce anche il tumore eliminandolo dal sistema. Questo è il trucco. 

La prossima sfida qual è?

Decidere quali sono questi pezzi di tumore! Io ho semplificato, dicendo ‘mettiamo pezzi di tumore sul virus, all’improvviso, per magia, il tumore scompare, perché c’è una risposta immunitaria. In realtà, capire quali sono questi pezzi di tumore rimane l’holy grail dell’immunoterapia. 

Queste sono quindi le domande a cui state lavorando.

Sì, a questo proposito, ultimamente, c’è un fantastico lavoro che abbiamo appena pubblicato in cui abbiamo elaborato un nostro software che, con un trucco innovativo, riesce a individuare tra le migliaia di possibili tumor antigens, quelli che possono essere i migliori sfruttando una cosa che in campo tumoral e non era mai stata fatta, il mimetismo molecolare. 

A proposito, recentemente con il suo team di lavoro avete portato avanti uno studio con l’obiettivo di capire quanto il mimetismo molecolare virale influenzi la risposta immunitaria antitumorale nel melanoma murino e umano. Come si è sviluppata la ricerca e a quali conclusioni siete arrivati?

Sviluppare questo software nasce dall’idea che talvolta le malattie autoimmuni vengono scatenate da una infezione virale. In maniera molto semplificata, quando i virus ci infettano scatenano una risposta immunitaria che se va fuori controllo può diventare una malattia autoimmune. I virus hanno la capacità di generare queste risposte immunitarie forti che devono però essere controllate. Allora ho cominciato a pensare: perché non facciamo in modo di generare malattie autoimmuni ad hoc in cui il tessuto bersaglio è il tumore? La malattia autoimmune ha origine da una risposta violenta e incondizionata contro un tessuto. Se noi facciamo in modo di controllare questa cosa e facciamo in modo che il tessuto target diventi il tumore, noi generiamo una risposta autoimmune contro il tuo stesso tumore. Questa era l’idea di base di questo lavoro. 

Qui rientra tutto il discorso della creatività nella scienza. Lei ha creato un corso su questo: come mai le è venuta questa idea e con quale obiettivo?

La cosa che mi dà fastidio è che ci sono molte company private che sono ritenute estremamente innovative e creative. Da accademico questa cosa mi sta antipatica, dovrebbe essere il lavoro accademico il vero e proprio motore dell’innovation, non le aziende private. Noi possiamo fare ricerca ad altissimo rischio perché non dobbiamo rientrare dei nostri investimenti, anzi i tax payers ci pagano per prenderci dei rischi e per esplorare ciò che è rimansto inesplorato. La maggior parte della scienza accademica fa quello che altri hanno fatto e secondo me tradiscono in maniera profonda il mandato dei nostri “investitori”, i tax payers. Questo era il mio sogno, per questo nasce il corso, i corsi di creatività, per sensibilizzare gli studenti a questa missione, questo mandato di creare innovazione. Nel corso, cerchiamo di capire anche dal punto di vista scientifico cosa sia la creatività e quali potrebbero essere dei trucchi per sguinzagliarla! 

Tra le tante, interessanti esperienze che ha vissuto nella sua carriera, c’è anche la partecipazione a Slush: ci racconta come è andata?

Slush è un evento incredibile di start up e innovazione, che si svolge a Helsinki nel periodo più nero della Finlandia, novembre-dicembre, quando è buio, non c’è neve, è bagnato e umido, è il periodo peggiore. È una delle storie di successo della Finlandia, perché riesce a portare a Helsinki più di 20.000 visitatori, non so quanti milioni di spettatori online ed è pura innovazione. Nel 2015, per la prima volta, viene esteso al nostro campo, health science. Io vengo invitato a parlare. Non riesco a ricordare quanti patent abbiamo nel mio laboratorio, ma sicuramente 14 o 15 famiglie, più di 150 brevetti accreditati, proprio per la grandissima voglia di fare innovazione. Il primo anno ho fatto un pitch su quella che era la mia idea dei virus decorati. Nel 2016 dopo che avevamo fondato una spin-off company, diventata una storia di successo, sono stato richiamato per raccontarla.  Mi sono appassionato e nel 2017 ho creato io stesso insieme ad altri colleghi e con l’aiuto dell’Università di Helsinki e l’istituto di Helsinki per Life Science (HiLIFE), un evento interno a Slush, che si chiama Slush Y Science

Quanto è importante il contributo italiano all’estero?

È fondamentale. La creatività italiana in un team multiculturale è vincente. 

A capo del suo team c’è un italiano, attacchiamola la medaglietta. Non pensa mai di rientrare in Italia?

Io odio il concetto di confini, da sempre! Mi ricordo che alle elementari mi chiesero da dove venissi e risposi ‘da questo pianeta’. Il mio prossimo sogno è costruire un laboratorio cross-border dove persone, idee, seminari, possano scambiarsi efficientemente e velocemente. Lo sto piano piano realizzando, perché oltre che essere professore ordinario in Finlandia sono anche professore associato a Napoli e lì sto costruendo un team di persone che già lavorano a strettissimo contatto con IVTLab in Helsinki, dove studenti ed idee possono muoversi senza troppa burocrazia per priorizzare la scienza e gli esperimenti. Ritornando alla sua domanda, perché no?! io vado a Napoli spesso per insegnare e seguire i miei studenti napoletani, insegnare alla Federico II mi rigenera perché’ mi riporta al passato, da dove vengo e mi ricorda il mio percorso facendomi venire una grandissima voglia di offrire ai miei studenti le stesse opportunità che sono state offerte a me. In più a Napoli ho la mia famiglia, i miei genitori, sono contentissimo di andare. Ma questa è un’altra storia non ma mischiare con l’ambizione di costruire un laboratorio senza confini.

Secondo lei un domani ci sarà una terapia che possa portare a estinguere i tumori? I progressi della ricerca hanno portato grandi passi in avanti, la mortalità è diminuita, ma riusciremo a sconfiggere questo male assoluto?

Io sono ottimista e dico assolutamente sì, non so se lo vedrò, ma sono sicuro che a un certo punto non sarà più un problema. Non so qual è la time line, ma succederà; questa innovazione non sarà monotematica, con un farmaco, ma verrà fuori da qualcosa di molto multidisciplinare. Io vedo l’innovazione.

Cosa la rende più orgoglioso nel su lavoro fino ad ora?

Il conseguimento di du ERC grants, un ERC Consolidator nel 2015, quando l’ho saputo ho pianto!L’ERC è il più competitivo di tutti i grant Europei, averlo vinto ti mette tra gli scienziati TOP nel mondo oltre a darti fondi significativi per a tua ricerca. Nel 2018 ho vinto anche un ERC-PoC (proof of Concept) per esplorare la commenricializazione di alcuni aspetti del mio ERC-CoG. Nel futuro?? Sicuramente il giorno in cui avremo aiutato un paziente.

Qual è il consiglio e il messaggio per i giovani ricercatori, per chi vuole fare una esperienza all’estero e riportare il knowhow a casa?

Il consiglio è semplice, lo do a tutti i miei studenti, appassionatevi e quello che fate! Godetevi il percorso e non la meta! La scienza è come andare in barca a vela, lo si fa per gusto di farlo, senza dovere necessariamente arrivare in un posto ad un certo orario! Infatti, sono famoso per non dare mai un progetto a nessuno, voglio che il progetto venga da loro. Il consiglio è: appassionatevi a quello che fate, cercate di trovare una cosa che veramente sia il vostro progetto non il progetto del vostro capo. Diffidate da chi vi affida i progetti. Il supervisor è fondamentale ti deve guidare ma deve anche lasciar fare. Noi cerchiamo di ascoltare anche per mesi, in maniera informale, è così che la parte innovativa viene fuori, quando non si è razionali. Io spesso chiedo ai miei studenti quali siano i loro sogni quando prendiamo il caffè, quando parliamo del più e del meno, è là che nascono veramente i progetti. 

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