Il Merit Award Conquer Cancer è un prestigioso riconoscimento mondiale che ogni anno l’American Society of Clinical Oncology (ASCO), l’organizzazione internazionale che rappresenta i medici di tutte le sub-specialità di oncologia, assegna a giovani ricercatori di tutto il mondo che si sono distinti per i progressi nel campo della ricerca sul cancro. Nella rosa dei 164 ricercatori di tutto il mondoche riceveranno i Merit Awards durante il Congresso Internazionale Asco in programma dal 4 all’8 giugno in modalità virtuale, c’è la dottoressa Vincenza Conteduca, ricercatrice e dirigente medico dell’Istituto Romagnolo per lo Studio dei Tumori “Dino Amadori” – IRST IRCCS di Meldola. Oggetto dello studio è stata una ricerca condotta sui pazienti affetti da carcinoma prostatico avanzato sottoposti a trattamenti ormonali con farmaci di seconda generazione. Il premio Merit Award Conquer Cancer raramente viene assegnato più di una volta allo stesso ricercatore, ma la scienziata italiana è l’eccezione che conferma la regola: per lei quest’anno è il quarto riconoscimento consecutivo, il primo nel 2017.

Nata a Barletta, classe ‘81, Vincenza Conteduca, dopo la laurea in Medicina e Chirurgia presso l’Università degli Studi di Bari ha lavorato presso alcuni dei più importanti Istituti di ricerca al mondo: l’Institute of Cancer Research di Londra, il Weill Cornell Medicine della Cornell University di New York e il Dana-Farber Cancer Institute dell’Harvard Medical School, a Boston. 

Conosciamo meglio chi è la ricercatrice italiana pluripremiata che oltre ad aver ottenuto il Merit Award Conquer Cancer, nel 2017 si è anche aggiudicata il “Best Fellowship Europe” dall’European Society for Medical Oncology

dott.ssa Vincenza Conteduca

Si tratta del quarto premio internazionale. Cosa rappresenta per lei e per la ricerca scientifica italiana al livello internazionale?

Ogni anno ricevere il Merit Award dell’ASCO rappresenta una piacevole sorpresa ed una grande soddisfazione sia personale che da parte di tutto il mio gruppo dei tumori urologici dell’Istituto Romagnolo per lo Studio dei Tumori di Meldola. Il merit award é uno dei riconoscimenti più prestigiosi al mondo e un traguardo non tanto del singolo ma di tutto il suo gruppo di ricerca. È motivo di grande orgoglio per tutto il Paese e speriamo di buon auspicio affinché la Ricerca in Italia diventi una priorità in grado di far brillare in maniera sempre più crescente la nostra Nazione sul palcoscenico internazionale dell’oncologia.

Oggetto dello studio è stata una ricerca condotta sui pazienti affetti da carcinoma prostatico avanzato sottoposti a trattamenti ormonali con farmaci di seconda generazione. Nello specifico, di cosa si tratta?

Obiettivo della ricerca presentata al Congresso Internazionale di Oncologia di quest’anno è stato quello di studiare la “biopsia liquida” ovvero le alterazioni molecolari presenti nel sangue dei pazienti affetti da tumore della prostata trattati con le terapie ormonali di seconda generazione quali abiraterone ed enzalutamide. In particolare, lo studio mirava ad associare la quantità di DNA tumorale nel plasma dei pazienti prima di iniziare una terapia con l’eventuale incidenza di fenomeni trombo-embolici. Il DNA tumorale nel sangue estratto ed analizzato con le moderne tecniche di sequenziamento del DNA ha permesso di identificare i pazienti a rischio di sviluppare eventi trombotici. 

Cosa è emerso?

Nel progetto di ricerca sono stati studiati 180 pazienti italiani che, hanno presentato una trombosi e/o embolia polmonare in circa il 17% dei casi. Tuttavia, tutti i pazienti che hanno manifestato eventi trombotici sono riusciti a proseguire il trattamento ormonale con un’adeguata terapia anticoagulante senza riportare eventi avversi severi. Tale lavoro rappresenta il primo studio prospettico che ha dimostrato l’associazione tra DNA tumorale circolante e trombosi. Sicuramente sono necessari ulteriori studi per confermare tali evidenze ma al momento fornisce un’ulteriore conferma sull’utilità dell’approccio molecolare per una migliore gestione dei pazienti oncologici in termini sia di sopravvivenza che di qualità della vita.

Il premio di quest’anno è un ulteriore traguardo di un percorso scientifico iniziato anni fa. Com’è nato?

Il premio rappresenta in realtà una delle varie tappe del lungo percorso scientifico intrapreso ormai da oltre 8 anni da parte del gruppo di ricerca dei tumori urologici presso l’IRST che ha sempre avuto come obiettivo primario lo studio del patrimonio genetico, principalmente utilizzando il plasma quindi in una maniera semplice e non invasiva. Nei soggetti affetti da neoplasia prostatica abbiamo analizzato dapprima le alterazioni del recettore degli androgeni per cercare di selezionare il trattamento dei pazienti tra chemioterapia verso terapia ormonale. Successivamente abbiamo quantificato la frazione di DNA rilasciato nel sangue dalle cellule tumorali correlandola alla sopravvivenza e alla risposta alle terapie. Infine, in quest’ultimo progetto di ricerca presentato all’ASCO 2021 abbiamo associato tutte le scoperte precedentemente effettuate con alcuni effetti collaterali che possono a volte comparire nei pazienti oncologici mentre stanno assumendo una terapia antineoplastica, come gli eventi tromboembolici. Pertanto, in questi anni tutti i nostri progetti sono stati costruiti sulle evidenze dei lavori precedenti cercando sempre più di combinare l’attività di laboratorio con quella clinica al servizio dei pazienti. 

L’importanza della ricerca clinica come motore di una medicina personalizzata sul paziente: trattare un tumore sulla base delle caratteristiche molecolari del paziente utilizzando dei farmaci specifici. Le nuove armi come l’immuno-oncologia e le terapie a bersaglio molecolare hanno già cambiato la storia naturale di molte neoplasie. È questa la direzione della ricerca scientifica per il futuro? 

Negli ultimi anni la vera rivoluzione nel mondo della ricerca in generale, non solo dell’oncologia, è la medicina di precisione, indirizzata a prevenire o scoprire quanto più precocemente ogni malattia e fornire i mezzi più adeguati a curarla. Si parla sempre più ormai di “target therapy” ovvero terapia “targettizzata” – neologismo ricavato dall’inglese target, ossia bersaglio – in base al quale si vuole mettere a fuoco i meccanismi patogenetici della malattia per poi prendere bene la mira per correggerlo con l’agente terapeutico più appropriato e, sicuramente, l’immunoterapia ed i farmaci a bersaglio molecolare rappresentano le opzioni terapeutiche più innovative che stanno portando a risultati incoraggianti in tutte le neoplasie. Oltre all’introduzione di questi farmaci “mirati”, la “medicina di precisione” valuta tutte le caratteristiche del singolo paziente, comprendenti anche la genetica, per offrirgli un trattamento su misura davvero calibrato. Nei prossimi anni, ormai sarà fondamentale un approccio globale iper-specializzato al paziente per raggiungere la personalizzazione delle terapie con aumento dell’efficacia delle terapie e riduzione delle tossicità.

Lo studio, grazie al quale ha ricevuto il quarto Merit Award, è stato realizzato anche in collaborazione con colleghi dell’University College London Cancer Institute di Londra e Dana Farber Cancer Institute and Harvard Medical School di Boston. Lei ha una formazione italiana ma ha lavorato presso grandi istituti di ricerca all’estero. Quali sono le principali differenze in ambito di ricerca tra Italia e l’estero? Quanto è importante dal punto di vista professionale lavorare con un team internazionale ed “esportare” le proprie conoscenze e competenze?

Lo studio è frutto di un intenso lavoro svolto sia all’interno del mio Istituto di Meldola in grado di coinvolgere un’ampia equipe multidisciplinare tra oncologi, cardiologi, radiologi, biologi, biostatistici, sia in collaborazione con i più importanti Centri di ricerca internazionali. In questi anni, ho avuto la possibilità di lavorare con i più prestigiosi Istituti internazionali nel campo della ricerca oncologica con cui tuttora abbiamo attive e proficue collaborazioni. Il confronto con gli altri Colleghi, sia a livello nazionale che internazionale, rappresenta sempre, nella mia piccola esperienza, un’indiscussa crescita personale e professionale, soprattutto perché permette di tenere vivo un sano spirito di competizione, sempre aperta la mente a nuovi “input” scientifici e a trovare la giusta strada per validare le nostre idee. L’esperienza di ricerca fuori dall’Italia indubbiamente insegna l’importanza della meritocrazia che non sempre primeggia nel nostro Paese.

La pandemia da Covid19 ha dimostrato quanto sia fondamentale (investire) la ricerca scientifica. Qual è il suo messaggio?

La pandemia da Covid19 ha messo tutti di fronte al senso di impotenza e in alcuni casi, di ineluttabilità, ma allo stesso tempo ci ha insegnato che l’unica strategia vincente per una Paese al tempo d’oggi è quella di investire nella Sanità e nella Ricerca. I vaccini anti-covid prodotti in così breve tempo e con ottimi risultati sono la testimonianza inconfutabile dell’utilità della Ricerca nella vita di tutti di noi.

La sua attività si svolge anche in ambito clinico in ospedale. Nei primi 5 mesi del 2020 c’è stato un crollo degli screening per i tumori a causa della pandemia: sono 1,4 milioni in meno, infatti, gli esami per la prevenzione effettuati rispetto allo stesso periodo del 2019. (fonte AIOM). I ritardi nei controlli si traducono in una netta riduzione delle nuove diagnosi di tumore. Ha riscontrato nell’ospedale dove lavora questa diminuzione degli screening? Cosa ne pensa?

I numeri dei primi mesi della pandemia da covid19 nel 2020 riguardanti la drastica riduzione degli esami di screening a livello nazionale sono drammatici e ci fanno comprendere purtroppo fino in fondo tutte le problematiche legate anche “indirettamente” alla pandemia. Tuttavia, bisognerebbe sempre ricordare questi numeri –indipendentemente da pandemie – perché sottolineano in maniera impressiva l’importanza della prevenzione come arma vincente nella lotta contro i tumori.

Vorrei chiudere la nostra intervista chiedendole: qual è la sua prossima sfida?

Proseguire con la Ricerca traslazionale cercando di estendere gli studi nelle fasi sempre di precoci del tumore prostatico in modo da intervenire tempestivamente cercando di evitare/rallentare l’evoluzione della malattia verso gli stadi più avanzati. Inoltre, un’altra sfida che accomuna tutti i ricercatori, in questo momento, è l’identificazione di potenziali biomarcatori in grado di predire la risposta alle nuove terapie caratterizzate da innovativi meccanismi di azione sempre nell’ottica della personalizzazione dei trattamenti.

Lo studio sui pazienti affetti da carcinoma prostatico avanzato sottoposti a trattamenti ormonali con farmaci di seconda generazione, il primo al mondo sull’associazione tra DNA tumorale circolante e trombosi, verrà presentato al Congresso Internazionale Asco in programma dal 4 all’8 giugno.

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